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Maggio 19, 2026 da Gianluca Falletta

Giorgio Clementelli: True American Horror

Giorgio Clementelli: True American Horror
Maggio 19, 2026 da Gianluca Falletta

Figure come quella di Giorgio Clementelli sembrano arrivate da un’altra epoca del cinema di genere, una stagione in cui l’horror non nasceva dentro algoritmi costruiti per inseguire trend da piattaforma streaming, ma cresceva lentamente tra ossessioni personali, archivi dimenticati, viaggi notturni e un bisogno quasi fisico di raccontare ciò che la Storia prova continuamente a nascondere sotto il tappeto. Ed è forse proprio questo il motivo per cui l’arrivo di Clementelli a RomaComics ha già acceso la curiosità di chi vive il fantastico non soltanto come intrattenimento, ma come linguaggio culturale capace di scavare nelle paure collettive. Il 14 giugno 2026, alle ore 15.45, sul palco di Cinecittà Street dentro Cinecittà World, il regista presenterà la trilogia di True American Horror davanti a una community che da anni mastica cinema horror, folklore, urban legend e immaginario weird come pane quotidiano. E la sensazione è che non sarà il classico panel promozionale. Anche perché il terzo capitolo della saga è ancora in produzione e durante l’incontro verrà mostrata un’anticipazione esclusiva che promette già di trasformarsi in uno di quei momenti destinati a circolare per settimane tra fan e gruppi horror italiani.

La traiettoria artistica di Clementelli affascina proprio perché sfugge alle etichette facili. Romano, nato il 24 novembre 1973, ha costruito il proprio percorso creativo attraversando montaggio, regia e scrittura con la calma di chi preferisce sviluppare una voce personale invece di inseguire la velocità tossica del content system contemporaneo. Guardando il suo lavoro viene spontaneo pensare a certi autori europei che trattavano l’orrore come un’esperienza mentale prima ancora che visiva, quelli che ti lasciavano addosso inquietudine per giorni senza bisogno di esplosioni sonore o mostri urlanti in faccia alla telecamera. Clementelli appartiene a quella famiglia spirituale lì, e lo si capisce soprattutto osservando il modo in cui affronta il concetto stesso di “true horror”. Per lui la paura non coincide con il sangue o con il colpo di scena. La paura nasce dalla memoria, dalla sedimentazione culturale, dal sospetto che alcune storie non siano mai davvero finite.

True American Horror – Volume 1, distribuito in italiano su Amazon Prime Video, ha avuto un successo sorprendente proprio perché evita quasi tutte le scorciatoie narrative del true crime moderno. Nessuna estetica patinata da binge watching compulsivo, nessuna pornografia del macabro costruita per scioccare a comando. Clementelli preferisce rallentare il ritmo e accompagnare lo spettatore dentro una East Coast americana che sembra uscita da un romanzo gotico dimenticato tra le pagine di H. P. Lovecraft e le cronache sporche della provincia più superstiziosa. Rhode Island, New York, Plymouth, il New England dei vampiri folkloristici, gli hotel infestati, le ombre dei Padri Pellegrini, le riesumazioni ottocentesche, le storie che Hollywood ha saccheggiato per decenni trasformandole in mito cinematografico: ogni episodio funziona come una porta che si apre su un’America antica, malata, piena di fantasmi culturali che continuano a contaminare l’immaginario pop contemporaneo.

Ed è impossibile non restare colpiti dal modo in cui Clementelli costruisce l’apparato visivo del progetto. La scelta di ambientare la narrazione dentro un’abbazia del XIII secolo sembra quasi un atto di ribellione contro la grammatica iper-digitale dei documentari moderni. Alex Di Nunzio attraversa silenzi, corridoi e dipinti come un custode di memorie proibite, mentre la voce narrante di Marco Vivio crea un effetto straniante potentissimo. Per tanti nerd cresciuti con il Marvel Cinematic Universe è impossibile non riconoscere la voce italiana di Captain America, ma sentirla qui, immersa in racconti di morte, superstizione e folklore oscuro, produce una specie di cortocircuito emotivo davvero magnetico. Sembra quasi che l’eroismo americano venga trascinato dentro le proprie ombre storiche.

Poi arriva il secondo capitolo e tutto si espande. True American Horror Volume 2 non si limita a continuare il viaggio: lo approfondisce, lo rende più sporco, più ambiguo, quasi rituale. L’accordo internazionale con Uncork’d Entertainment ha trasformato il progetto in un caso internazionale distribuito tra Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Irlanda, Australia, Filippine e Nuova Zelanda, dimostrando che esiste ancora spazio per un horror documentaristico adulto, colto e profondamente atmosferico. In un’epoca dominata da remake senz’anima e formule ripetute all’infinito, vedere un autore italiano affrontare l’immaginario americano con questo livello di profondità ha qualcosa di incredibilmente raro.

Basta osservare il cast performativo del Volume 2 per capire quanto Clementelli ami giocare con il confine tra realtà e rappresentazione. Fabio Bertozzi che incarna Leatherface, Lionel Lima nei panni di Robert Johnson, Federico Monti che riporta in vita la leggenda della Servant Girl Annihilator, Riccardo Spasiano come Father Merrin, Roberto Trapanese trasformato nel Texarkana Phantom. Non sembra nemmeno cinema nel senso tradizionale del termine. Assomiglia piuttosto a una seduta spiritica pop costruita attraverso il linguaggio del documentario. E il bello è che tutto questo non scivola mai nel cosplay fine a sé stesso. Clementelli utilizza queste figure come archetipi culturali, come simboli sedimentati nella memoria collettiva dell’Occidente nerd e horror.

Guardando il suo percorso viene naturale pensare che il vero talento di Giorgio Clementelli sia la capacità di trattare l’orrore come geografia emotiva. I suoi lavori non cercano soltanto di raccontare eventi disturbanti: cercano di capire perché alcune storie continuino a sopravvivere per decenni, attraversando cinema, fumetti, videogiochi, urban legend e forum online. In fondo ogni fandom horror nasce proprio così. Da una storia che qualcuno racconta a bassa voce e che improvvisamente diventa più grande di chi l’ha narrata.

Ecco perché la presentazione di True American Horror a RomaComics rischia seriamente di trasformarsi in uno degli incontri più discussi dell’intera manifestazione. Dentro un parco come Cinecittà World, luogo già sospeso di suo tra cinema, immaginario e simulazione, la presenza di Clementelli sembra quasi perfetta. Perché il suo cinema vive esattamente in quel territorio lì: il confine sottile dove la realtà inizia lentamente a sembrare finzione e la finzione, invece, comincia a fare paura perché somiglia troppo alla realtà.

E forse il fascino di True American Horror sta proprio nel ricordarci una cosa che il fandom horror conosce bene da sempre ma che spesso dimentichiamo: i mostri più disturbanti non arrivano mai da universi paralleli. Arrivano dagli esseri umani, dalla memoria collettiva, dalle storie vere che qualcuno ha cercato di seppellire e che continuano ostinatamente a tornare indietro.

A questo punto la curiosità è inevitabile. Quale leggenda americana vorreste vedere raccontata da Giorgio Clementelli nel futuro della saga? I fantasmi del Chelsea Hotel, i misteri legati a Salem, le derive oscure del folklore appalachiano, oppure qualche vicenda ancora più dimenticata e disturbante? Perché la sensazione, dopo aver attraversato il mondo di True American Horror, è che le ombre più inquietanti siano ancora tutte lì ad aspettare qualcuno disposto ad ascoltarle davvero.

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